“Internet e il risvolto della medaglia” della Dott.ssa Clementina Iacobelli

La bellezza del camminare
31 gennaio 2017

Internet è qui e ci rimarrà. Ma dato che corriamo tutti su questa autostrada informatica, assicuriamoci almeno di avere una buona visuale davanti a noi e di avere allacciato le cinture di sicurezza”.

( Kimberly S. Young,)

Cos’è Internet

Internet è una rete di computer. E’ una rete che collega migliaia di altre reti che hanno adottato le medesime modalità di trasmissioni dati, il protocollo TCP/IP diventato standard comune nel 1983. Internet mette a disposizione degli utenti corsie autostradali che, tramite svincoli, si connettono ad altre autostrade o a strade nazionali, provinciali, comunali. Le autostrade prendono il nome di backbone e collegano tra di loro reti locali, regionali, nazionali. Per collegare le varie reti, Internet utilizza i mezzi più eterogenei per la trasmissione dei dati: cavi telefonici, fibre ottiche, satelliti, ripetitori a microonde. Dalle reti locali i dati vengono trasmessi tramite connessioni ad alta velocità su linee internazionali e transoceaniche.

Tutte queste interconnessioni e i computer da esse collegati formano un’entità astratta chiamata il cyberspazio, un luogo che in realtà non esiste, che è formato dall’insieme di informazioni e risorse accessibili tramite Rete.

Nata nel 1969 negli Stati Uniti per opera di scienziati e tecnici che lavoravano per un servizio del Ministero della Difesa, non fu creata solo per scopi militari, ma anche per avere la possibilità di comunicare sempre, anche quando ci fossero stati guasti a singoli macchinari o altre catastrofi. All’inizio erano collegati solo pochi calcolatori, e furono coinvolte alcune grosse strutture universitarie, che presto usarono il sistema per metterlo al servizio della comunità scientifica.

In Italia si è cominciato ad utilizzare la rete internazionale nel 1982 col primo collegamento del Cnuce (Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) a Pisa, in seguito è stato usato dalle varie facoltà universitarie, specialmente quelle di fisica, venne poi usato da grandi enti pubblici. Nel 1994 l’accesso a Internet si è diffuso a milioni di persone, prendendo sempre più campo una nuova tecnologia: il World Wide Web (WWW), tanto che molti credono che sia questo l’unico volto del computer.

Ci sono diversi modi di usare Internet, che si possono raggruppare in tre categorie.

La ricerca di dati e informazioni: l’esplorazione di database, cioè la ricerca di notizie, informazioni e documentazione su un argomento che si desidera approfondire è l’aspetto di cui più comunemente si parla, ma non è l’unica funzione di Internet. Il metodo più diffuso e anche il più pratico è la World Wide Web.

Oltre a cercare dati e informazioni, è possibile anche prelevare programmi. C’è una grande abbondanza di software disponibile che in parte è freeware, totalmente gratuita, in parte è shareware, cioè può essere usata per un periodo di prova.

La posta elettronica: offre una serie di vantaggi pratici, in primis con uno o due minuti di collegamento telefonico urbano possiamo spedire e ricevere decine o centinaia di messaggi, da e per qualsiasi destinazione in tutto il mondo. Lo stesso messaggio può essere mandato contemporaneamente a quanti indirizzi vogliamo. Poi l’email non ha orari; possiamo scrivere quando vogliamo, senza disturbare come faremmo con il telefono; la persona cui scriviamo leggerà se e quando vuole e ci risponderà nel momento che riterrà più opportuno.

La partecipazione a dialoghi “collettivi”: l’email non serve solo per scambiare corrispondenza, ma anche per partecipare a qualcuna delle numerosissime aree di dialogo e scambio di informazione (forum e mailing list) su vasti argomenti. Ne esistono molte “locali” (cioè su singoli provider o BBS) e decine di migliaia sull’internet. Con una tecnica leggermente diversa, è possibile partecipare anche a quali e quanti vogliamo dei ventimila gruppi di discussione (newsgroup) di Usenet (fra cui parecchi in italiano).Sono possibili anche collegamenti “sincroni”. Cioè dialoghi “in tempo reale” con altre persone, sia su singoli servizi o BBS, sia sull’internet: le cosiddette chat, o chiacchiere. Quasi tutti i sistemi di chat permettono di accedere a diverse “stanze” per fare conversazione con persone diverse, e ognuno può aprire la sua come e quando vuole. Naturalmente questi sistemi possono essere usati anche come “riunioni a distanza” per motivi di studio o di lavoro.

La tela (World Wide Web)

Una profonda rivoluzione nella rete è stata portata nel 1994 (in Italia, un anno dopo) da una nuova tecnologia, basata sul protocollo HTTP (Hyper-Text Transfer Protocol) e sul linguaggio “ipertestuale” HTML (Hyper-Text Markup Language), chiamata World Wide Web, o www, o the Web, la ragnatela. Questa tecnologia era stata concepita nel 1990 da Tim Berners-Lee del CERN di Ginevra (il laboratorio europeo per la fisica delle particelle) come un sistema più efficiente di comunicazione per la comunità scientifica. Ma pochi anni dopo ebbe una diffusione che nessuno, compreso il suo inventore, aveva immaginato.

Tale è stato il successo di questa innovazione che oggi sembra essere “solo quello” il volto dell’internet. Molti nuovi utenti non conoscono la rete se non attraverso un browser (il primo fu Mosaic, oggi il più noto è Netscape) con cui si accede ai “siti” www, che ormai sono centinaia di migliaia. Nulla di male, perché la tecnologia è solida, l’interfaccia è di facile uso, i browser si arricchiscono di nuove funzioni, e con un po’ di attenzione si scopre che è possibile accedere, anche per quella via, a tutti i sistemi e servizi connessi all’internet. Ma… ci sono due problemi.

Il primo è che se non si guarda oltre la “facciata” si può credere che “essere in rete” voglia dire solo andare in giro a guardare “siti web”, per vedere immagini, raccogliere informazioni, prelevare testi o software. Con tanti saluti all’interattività.

Il secondo è che il sovraccarico di immagini, che affligge buona parte dei “siti web”, produce “intasamenti” e rallentamenti nella rete. Di qui la snervante attesa di aspettare minuti prima che una sospirata pagina si completi sul nostro monitor. Conosco non poche persone che, avuta questa come prima e unica esperienza della rete, hanno rinunciato completamente a collegarsi.

Sono, naturalmente, solo “fasi di crescita”. Se quattro anni fa non sapevamo che ci sarebbe stata una cosa chiamata web, o se ne vedevano solo i primi accenni, tante cose ancora potranno cambiare. Quando la telefonia sarà tutta digitale, diventerà obsoleto il modulatore-demodulatore, o “modem”, che usiamo oggi. Forse anche le tecnologie su cui si basa l’internet un giorno saranno sostituite da qualcosa di diverso. Forse un giorno non ci saranno più tariffe interurbane, né intercontinentali, e con una “scheda dati” in un telefono tascabile in mezzo al Sahara potremo collegarci direttamente con Pechino.

Ma (come non mi stancherò mai di dire) le tecnologie passano, l’umanità resta. Ciò che conta è quel sistema di relazioni e scambi fra persone, che oggi ancora riguarda ancora una piccola minoranza ma un giorno sarà comune quanto il telefono; e che crea una nuova realtà nel sistema delle comunicazioni umane.

I BBS

I “BBS” (Bulletin Board System) sono singoli “nodi” telematici, spesso collegati fra loro in piccole o grandi reti, di dimensioni che variano dal piccolissimo (talvolta una singola persona, che magari “apre” il suo BBS solo per qualche ora alla sera e solo per pochi amici) all’enorme (comeCompuserve mo America On Line, che hanno milioni di utenti). Variano moltissimo per personalità e natura, da quelli strettamente tecnici, che sono “biblioteche” di software e luoghi di dialogo sulle tecnologie, a quelli di scambio e di opinione, a quelli prevalentemente di gioco, o a quelli dedicati a specifici argomenti scientifici e professionali. Molti sono un misto di queste cose, e non pochi oggi hanno una doppia natura: cioè sono al tempo stesso BBS, con un più o meno ricco scambio interno, e fornitori di accesso alla rete. Negli Stati Uniti il numero di BBS continua ad aumentare. Si stima che ce ne siano 100 mila; duemila in Italia.

Nella grande moda e nel gran vociare confuso sull’internet, sembra che i BBS siano “caduti nel dimenticatoio”.

Questo è uno dei tanti errori che si stanno commettendo. Sono convinto che i BBS rimarranno un elemento importante e insostituibile nella nuova realtà della comunicazione. Consiglio a chi vuol far pratica della rete di frequentarne qualcuno. Spesso sono molto interessanti, e sono la migliore scuola per fare un po’ di cabotaggio prima di “prendere il largo”. Ci sono anche le Community Network, che hanno finalità di servizio pubblico e sociale. In Italia molte di queste si chiamano “reti civiche”: alcune organizzate dai Comuni, altre indipendenti.

Purtroppo il panorama delle “reti civiche” in Italia è confuso, con molte iniziative “cosmetiche” di scarso contenuto, e altre che sono in realtà attività commerciali “travestite” da servizi pubblici. Ma esistono strutture valide e serie, come per esempio la Rete Civica di Milano (che è appoggiata alle risorse dell’Università degli Studi).

Oltre a strutture come queste, la cui radice è nel territorio, ci sono anche reti nazionali dedicate a un particolare impegno politico e civile, come per esempio Peacelink.

Il mondo dei BBS è troppo vasto, complesso e mutevole per poterlo descrivere qui. Ma l’importante è capire che non esiste “una internet” ma una grande molteplicità di strutture diverse, fra cui molte con una forte identità propria. Per fare un solo esempio, la già citata Rete Civica di Milano, oltre ai servizi informativi messi a disposizione da associazioni ed enti pubblici, benché esista solo da tre anni conta più di 900 “conferenze”.

La definizione di BBS può essere ambigua. Ci sono molte strutture, anche nuove, che non usano la tecnologia classica dei BBS tradizionali, ma si basano su sistemi internet o si presentano come “siti web”, e tuttavia nella sostanza sono BBS: cioè comunità, sistemi di incontro e di scambio, su scala locale oppure senza specifiche radici geografiche ma come punto di riferimento per chi è interessato a un tema specifico – o anche semplicemente come luogo di incontro fra un gruppo di amici. In parte la vita di un BBS può somigliare a quella di un bar, di un’osteria o di una “bocciofila”; secondo me sarebbe sbagliato considerare queste attività come secondarie e marginali. Ogni occasione di incontro e di scambio, anche quando sembra “futile”, è un momento vivo della cultura umana.

Insomma non dobbiamo pensare alla rete come un generico, indistinto e smisurato “villaggio globale”, ma un sistema complesso e ricco di diversità, con tante “piazze”, tante “agorà”, tanti spazi di dialogo e di incontro.

Che cosa vuol dire “interattività”?

Per capire meglio tutto ciò che riguarda la rete mi sembra indispensabile chiarire bene il senso della parola “Interattività”. La sentiamo e la leggiamo usata in tanti modi diversi. È uno solo il significato di “interattività” nel mondo di cui parliamo qui, sulla “frontiera elettronica”, sulla cresta della “quarta ondata”.

Sentiamo dire che un’interfaccia è “interattiva” perché se diamo un certo comando, o premiamo un certo pulsante, esegue un ordine; o perché se scegliamo, una domanda, in una serie già predisposta, ci dà la risposta precostituita.

E magari se sbagliamo, o diamo un comando non previsto, emette un segnale acustico e ci dice “No! questo non si può fare”. Sarebbe come dire che è “interattiva” una macchinetta per la distribuzione del caffè che ci permette di sceglierlo dolce o amaro, con o senza latte; o la spia della pressione dell’olio sul cruscotto della nostra automobile.

Sentiamo dire che un cd-rom è “interattivo” perché ci permette di scegliere che cosa vogliamo leggere o vedere, e in risposta a certi nostri comportamenti può emettere suoni o parole standardizzate. A questa stregua, è interattivo anche un juke-box, o una bambola che dice “mamma” quando le schiacciamo il pancino.

Posso ammettere che un’enciclopedia su cd-rom posa essere definita “ipertestuale”: il neologismo è un po’ comico, ma almeno è preciso. Non so che senso abbia definirla “interattiva”.

Sentiamo dire che un gioco è “interattivo” perché segue una sua logica precostituita e non ci fa “vincere” se non siamo abbastanza abili, veloci o ragionanti per capire dove sono le trappole o gli indovinelli; o perché alle nostre “mosse” contrappone le sue risposte, secondo le regole stabilite da chi ha scritto il programma.

Per quanto raffinato, complesso, ingegnoso e divertente possa essere il gioco, non è più interattivo di un giocattolo elettrico che accende una lucina, o emette un suono di approvazione, quando il bambino sceglie la risposta giusta; e invece grugnisce se la risposta è sbagliata.

Di questo passo, si potrebbe definire “interattivo” un biglietto della lotteria “gratta e vinci”.

Cerchiamo di semplificare: se ciò con cui “interagiamo” è una macchina, o un programma automatico, e non una persona, non si tratta di “interattività” nel senso più importante della parola.

Ci sono anche situazioni umane, per esempio trasmissioni televisive, che si definiscono “interattive”, perché il pubblico può rispondere facendo un certo numero di telefono, e “votare”; o perché arrivano direttamente al conduttore, in diretta, le telefonate dei telespettatori. Come ho già detto, questa è interattività “finta”.

Perché qualcuno, unilateralmente, stabilisce le regole, definisce i criteri, governa il dialogo come vuole; e tutti gli altri non possono far altro che muoversi all’interno di piccoli spazi ben definiti. E non cambierà affatto la situazione se un giorno, invece di usare il telefono, lo spettatore potrà premere un pulsante.

Se e quando ci saranno 500 canali, video on demand, collegamenti con giornali, riviste, biblioteche, cineteche e gallerie di negozi online attraverso un televisore digitale, eccetera… lo spettatore (se lo vorrà) avrà più potere, perché avrà più libertà di scelta.

Ma non ci raccontino favole: non sarà una situazione “interattiva”. Se no dovremmo chiamare “interattivo” il telecomando, o il dito che volta la pagina di un giornale, o la mano che sceglie negli scaffali di una libreria o di un supermercato.

Tale è la confusione nell’uso di questo termine che c’è chi commette l’errore contrario: in alcuni studi americani (e anche italiani) viene definito “non interattivo” lo scambio di opinioni quando non avviene in tempo reale.

“Interattività”, significa una cosa molto precisa. Un dialogo ad armi pari, in cui nessuno ha privilegi, in cui tutti hanno la stessa “quota di voce” e lo stesso diritto di parola. Al di là di ogni dibattuto terminologico, che potrebbe anche essere pedante e inutile, ciò che conta è la sostanza. L’interattività umana è il terreno su cui deve imparare a muoversi chi vuol fare comunicazione nella rete, che non sia solo una “brutta copia” di metodi è meglio riservare a quei mezzi per cui sono nati. Ed è il valore che ognuno di noi dovrebbe cercare nella rete e nelle reti, perché ciò di cui oggi possiamo disporre non è solo un’immensa riserva di dati e di informazioni, ma anche una straordinaria occasione di incontro fra persone.

La dipendenza da Internet

La dipendenza da Internet è in realtà un termine piuttosto vasto che copre un’ampia varietà di comportamenti, ai quali sottostanno da un punto di vista psicologico problemi nel controllo degli impulsi e difficoltà nel regolare gli stati emotivi dolorosi.

L’uso spasmodico di Internet, così come altre forme di dipendenza, può riflettere l’esasperazione e il dramma del momento: nell’incertezza ed imprevedibilità si ripiega su se stessi e su ciò che può dare un conforto immediato.

Il rifugio nel mondo virtuale sembra, soprattutto per i giovani, una via di fuga e di salvezza dalle minacce della vita reale, un anestetizzante della noia, della solitudine, dell’abbandono emotivo. In tal senso l’uso compulsivo di Internet non rappresenta tanto un sintomo, di cui liberarsi semplicemente, ma piuttosto un vero e proprio modo di essere nel mondo, per cui viene meno il senso di parlare di una persona ipoteticamente sana, sulla quale si sono innestati dei sintomi. Ecco perché su un piano terapeutico diventa importante cercare di comprendere il senso dei sintomi all’interno della molteplicità della persona, anziché tentare semplicemente di eliminarli.

Secondo Kimberly Young, studiosa americana, che ha fondato il Center for Online Addiction statunitense, esistono 5 tipi specifici di dipendenza online:

Dipendenza cibersessuale (o dal sesso virtuale): gli individui che ne soffrono sono di solito dediti allo scaricamento, all’utilizzo e al commercio di materiale pornografico online, o sono coinvolti in chat-room per soli adulti. La stessa può accompagnarsi a masturbazione compulsiva (vedi anche la più generale dipendenza sessuale).

Dipendenza ciber-relazionale (o dalle relazioni virtuali): gli individui che ne sono affetti diventano troppo coinvolti in relazioni online o possono intraprendere un adulterio virtuale. Gli amici online diventano rapidamente più importanti per l’individuo, spesso a scapito dei rapporti nella realtà con la famiglia e gli amici reali. In molti casi questo conduce all’instabilità coniugale o della famiglia.

Net Gaming: la dipendenza dai giochi in rete comprendente una vasta categoria di comportamenti, compreso il gioco d’azzardo patologico, i videogame, lo shopping compulsivo e il commercio online compulsivo. In particolare, gli individui utilizzeranno i casinò virtuali, i giochi interattivi, i siti delle case d’asta o le scommesse su Internet, soltanto per perdere importi eccessivi di denaro, arrivando perfino ad interrompere altri doveri relativi all’impiego o rapporti significativi.

Sovraccarico cognitivo: la ricchezza dei dati disponibili sul World Wide Web ha creato un nuovo tipo di comportamento compulsivo per quanto riguarda la navigazione e l’utilizzo dei database sul Web. Gli individui trascorreranno sempre maggiori quantità di tempo nella ricerca e nell’organizzazione di dati dal Web. A questo comportamento sono tipicamente associate le tendenze compulsivo-ossessive ed una riduzione del rendimento lavorativo.

Gioco al computer: negli anni ottanta giochi quali il Solitario e il campo minato furono programmati nei calcolatori ed i ricercatori scoprirono che il gioco ossessivo sul computer era diventato un problema nelle strutture organizzate, dato che gli impiegati trascorrevano la maggior parte del giorno a giocare piuttosto che a lavorare. Questi giochi non prevedono l’interazione di più giocatori e non sono giocati in rete.

Le fasi che conducono alla vera e propria patologia sembrerebbero due:

Fase Tossicofilica: caratterizzata dall’incremento delle ore di collegamento, con conseguente perdita di ore di sonno, da controlli ripetuti di e-mail, siti preferiti, elevata frequenza di chat e di gruppi di discussione, idee e fantasie ricorrenti su Internet, quando si è off-line, accompagnati da malessere generale;

Fase Tossicomanica: caratterizzata da collegamenti estremamente prolungati, al punto da compromettere la propria vita socio-affettiva, relazionale, di studio o professionale.

La sintomatologia sembrerebbe simile a quella osservata in soggetti dipendenti da sostanze psicoattive. Dall’evidenza empirica emerge, ad esempio, che usare giochi per il computer su internet crea una dipendenza simile a quella da cannabis o da alcool con, a livello neurologico, eccessiva produzione di dopamina nel prosencefalo, creando una ‘memoria del piacere’ nel cervello, che dà dipendenza, come accade per alcool e droghe leggere.

Griffith, nel 1997, sosteneva che le dipendenze da Internet condividono con le dipendenze da sostanze alcune caratteristiche essenziali:

Dominanza (salience): l’attività o la droga dominano i pensieri ed il comportamento del soggetto, assumendo un valore primario tra tutti i suoi interessi;

Alterazioni del tono dell’umore: l’inizio dell’attività o l’assunzione della sostanza provoca cambiamenti nel tono dell’umore, il soggetto può esperire un aumento dell’eccitazione o maggiore rilassatezza come diretta conseguenza dell’incontro con l’oggetto della dipendenza;

Tolleranza: bisogno di aumentare progressivamente la quantità di droga o l’attività per ottenere l’effetto desiderato;

Sintomi di astinenza: Malessere psichico e/o fisico che si manifesta quando si interrompe o si riduce il comportamento o l’uso della sostanza;

Conflitto: Conflitti interpersonali tra il soggetto e coloro che gli sono vicini, e conflitti intrapersonali interni a sé stesso, a causa del suo comportamento dipendente;

Ricaduta: Tendenza a ricominciare l’attività o l’uso della droga dopo averla interrotta.

I soggetti maggiormente a rischio hanno un’età compresa tra 15 e 40 anni, con un elevato livello di conoscenza degli strumenti informatici, isolati per ragioni lavorative (turni notturni) o geografiche, con problemi psicologici, psichiatrici o familiari spesso preesistenti.

Il tipo di personalità predisposto a sviluppare tale disturbo è caratterizzato da tratti ossessivo-compulsivi, inibito socialmente, tendente al ritiro, per il quale la Rete rappresenta un modo per fuggire dalla realtà.

Non si diventa dipendenti da Internet improvvisamente: sembra che vi sia un percorso che l’utente debba compiere prima di entrare nella fase tossicomanica correlata a fenomeni psicopatologici. L’abituale navigatore di Internet può cominciare a mostrare un interesse sempre più ossessivo nei confronti della sua mail-box e di alcuni siti particolari. Successivamente può accadere che questo utente si appassioni sempre più alle chat ed ai gruppi di discussione, per i quali trascorre sempre più ore collegato a Internet.

Kimberly Young ha dato un notevole contributo alla comprensione di tale dipendenza, occupandosi dei disagi che l’utilizzo eccessivo della rete sembra comportare in alcuni soggetti più a rischio.

Essa ha raccolto sempre più numerose testimonianze di persone che non riescono a scollegarsi dalla Rete, che vi trascorrono anche 10 ore al giorno, costruendosi una vera e propria vita virtuale sostitutiva dove incontrare altre persone, innamorarsi, giocare, lavorare, studiare: tutto questo, spesso, avviene a scapito della vita reale, causando problemi coniugali, il deteriorarsi dei propri rapporti sociali, una graduale quanto inesorabile chiusura autistica verso il mondo e la realtà.

Queste persone riferivano di manifestare ansia ed irritabilità se gli veniva impedito di navigare su Internet e quando erano scollegati, non vedevano l’ora di collegarsi di nuovo con la rete. Studiando questi “nuovi casi” di dipendenza da Internet, la Young riflette sulle caratteristiche di questo nuovo mezzo mediatico, che potrebbero favorire l’insorgenza di queste patologie. Innanzitutto l’accesso al Web è poco costoso ed il suo uso praticamente illimitato (è possibile, infatti, navigare di giorno e di notte, 24 ore su 24). La Young individua nel desiderio di fuga una delle motivazioni principali che portano alla Internet dipendenza.

Molti tra gli web abuser sono persone depresse e sole, insicure, ansiose e con una bassa autostima: attraverso Internet hanno la sensazione di poter sfuggire dalla loro realtà quotidiana vissuta come deludente. Dalla sicurezza ovattata della propria casa o del proprio ufficio si entra a far parte di una nuova comunità elettronica (le mailing list, le chat) dove si può fare amicizia immediatamente, attraverso nuove modalità di comunicazione che eliminano completamente la dimensione del corpo.

Rischi

L’esposizione ripetuta ed incontrollata al mondo virtuale può avere diversi rischi seri, provocando problemi sociali, litigi coniugali, veri e propri sintomi di astinenza, diminuzione dell’efficienza scolastica o lavorativa. Tutto ciò può riguardare soprattutto i giovanissimi, maggiormente “sprovveduti”, affascinati da questa meta ambita, che facilmente può trasformarsi in subdola calamita.

I principali rischi sono riconoscibili in tre categorie:

I contenuti: possono essere pubblicati contenuti, come foto, video, immagini etc., inappropriati con chiari riferimenti ad esempio alla pornografia, alla violenza, al razzismo, alla pedopornografia. Tali contenuti possono elicitare comportamenti imitativi negativi o illegali, facilitare azioni dannose al ragazzo, costituire dei veri e propri traumi emotivi con conseguenze sul piano della crescita personale;

I contatti: un rischio molto diffuso è quello di imbattersi nel processo di grooming, usato da molti pedofili per adescare i minori attraverso l’uso delle nuove tecnologie e conquistare la loro fiducia fino ad arrivare a chiedere un incontro vis a vis. L’attività di grooming può durare anche settimane o mesi: l’adescatore tenterà in ogni modo di diventare un vero e proprio confidente del bambino, con l’obiettivo di ottenere un numero di telefono o invitandolo in chat video, confidando sull’anonimato che Internet e il cellulare gli garantiscono.

A tale scopo, l’adulto può sfruttare i molteplici strumenti messi a disposizione dal web (chat, social network, istant messanger, forum, giochi online, etc.) e dai telefoni (sms, mms), ricorrendo a lusinghe e raggiri, approfittando dell’ingenuità, dell’inesperienza e dell’immaturità del suo giovane interlocutore. In tal senso, l’adescatore potrebbe anche usare immagini pedopornografiche per normalizzare la relazione tra adulto e minore, oppure il ragazzo potrebbe essere spinto ad inviare immagini sessualizzate di sé.

Altro rischio sempre più diffuso è quello relativo alla diffamazione attraverso social network e chat. Il mondo del virtuale sembrerebbe il mondo del possibile, dove poter pubblicare tutto di tutti, senza limiti morali né consenso da parte della persona bersaglio, in un’ottica quasi di normalità. In realtà, ciò che molti non sanno o che viene sottovalutato è che parlar male o pubblicare foto imbarazzanti di un compagno o di un insegnante su un canale virtuale costituisce reato (vedi sez. vademecum legale).

I commerciali: i bambini potrebbero ricevere offerte online di prodotti o servizi che possono esporre loro e le loro famiglie a minacce alla privacy, a frode o a furti d’identità.

I giovani non sempre applicano alle loro esperienze su Internet gli stessi atteggiamenti prudenziali, che hanno nei confronti delle relazioni interpersonali.

La relazione online non facilita la consapevolezza dei rischi da parte di bambini; essa rimane più aleatoria, non ha confini precisi, è indefinita e, di fatto, più difficilmente comprensibile e controllabile.

Internet garantendo, inoltre, la formula dell’anonimato o, quantomeno, permettendo la possibilità di rifugiarsi dietro una falsa identità, infonde un senso di sicurezza ed impunità ai suoi frequentatori.

Cosa Fare?

Buone prassi per prendersi cura di se stessi.

Compilare il questionario;

Chiedere aiuto: parlare con qualcuno di fiducia di cosa ci sta accadendo, dei cambiamenti che notiamo o semplicemente di come ci sentiamo in questo momento;

Rivolgersi ad un esperto o un servizio pubblico di assistenza;

Percorso di psicoterapia individuale o gruppi di auto-aiuto, specializzati nell’offrire accoglienza e sostegno per problemi di questo tipo.

A CHI RIVOLGERSI

Nei territori di residenza una prima risposta può essere fornita dai Centri di Salute Mentale delle Aziende Sanitarie e dai Dipartimenti Dipendenze Patologiche, che possono fornire preliminari informazioni e indicazioni.

Test IAT – Internet Addiction Test

Test auto-somministrato della Dr.ssa Kimberly S. Young (dal suo libro “Presi nella rete”, ediz. Edagricole, 1999).

Risponda alle seguenti domande secondo la seguente scala di valutazione:

1 = mai

2 = raramente

3 = ogni tanto

4 = spesso

5 = sempre

Quante volte vi siete accorti di essere rimasti on line più a lungo di quanto intendevate?

1

2

3

4

5

Vi capita di trascurare la cura del vostro spazio di vita per passare più tempo on line?

1

2

3

4

5

Vi capita di preferire l’eccitazione offerta da Internet all’intimità con il vostro/a partner?

1

2

3

4

5

Vi capita di stabilire nuove relazioni con altri utenti on line?

1

2

3

4

5

Accade che le persone attorno a voi si lamentino per la quantità di tempo che passate on line?

1

2

3

4

5

Accade che il vostro lavoro o i vostri studi risentano negativamente della quantità di tempo che passate on line?

1

2

3

4

5

Vi capita di rimandare attività importanti per controllare la vostra e-mail?

1

2

3

4

5

La vostra produttività è influenzata negativamente da Internet?

1

2

3

4

5

Vi capita di stare sulla difensiva o di minimizzare quando qualcuno vi chiede cosa fate on line?

1

2

3

4

5

Quante volte vi ritrovate a scacciare pensieri negativi sulla vostra vita pensando che vi potrete connettere a internet?

1

2

3

4

5

Vi capita di scoprirvi a pregustare il momento in cui andrete nuovamente on line?

1

2

3

4

5

Vi succede di temere che la vita senza Internet sarebbe noiosa, vuota e senza gioia?

1

2

3

4

5

Vi capita di scattare, alzare la voce o rispondere male se qualcuno vi disturba mentre siete collegati?

1

2

3

4

5

Perdete ore di sonno perché restate alzati fino a tardi davanti al computer?

1

2

3

4

5

Vi capita di concentrarvi col pensiero su Internet quando non siete al computer, o di fantasticare di essere collegati?

1

2

3

4

5

Vi capita di scoprirvi a dire “ancora qualche minuto e spengo”quando siete on line?

1

2

3

4

5

Avete già tentato di ridurre la quantità di tempo che passate on line senza riuscirvi?

1

2

3

4

5

Cercate di nascondere quanto tempo passate on line?

1

2

3

4

5

Vi capita di scegliere di passare più tempo on line anziché uscire con gli altri?

1

2

3

4

5

Vi capita di sentirvi depressi, irritabili o nervosi quando non siete collegati, mentre state benissimo quando siete nuovamente davanti al computer?

1

2

3

4

5

Dopo aver effettuato il test si sommano i punteggi e i risultati prevedono:

Tra 20 e 39: utente “normale”

Tra 40 e 69: il web potrebbe diventare un problema

Tra 70 e 100: situazione di abuso, consigliamo una visita presso uno specialista o un centro specializzato in dipendenze da comportamenti compulsivi a rischio per la salute psico-fisico-sociale.

Il test IAT è composto da 20 item diversi. Più nel dettaglio, le domande mirano a identificare coloro che fanno di Internet un uso prolungato (anche 40-50 ore a settimana) sino a trascurare gli affetti familiari, il lavoro, lo studio, le relazioni sociali e la propria persona (notti insonni, ansia, agitazione psicomotoria, depressione legata al fatto di essere off-line, sogni e fantasie riguardanti Internet).

Alle domande si risponde scegliendo tra 5 modalità differenti: 1) rare volte; 2) occasionalmente; 3) piuttosto spesso; 4) spesso; 5) sempre.

A seconda del punteggio ottenuto rispondendo a tutte le domande, il soggetto può autovalutare il suo livello di dipendenza da Internet identificandosi in uno dei tre profili che corrispondono a tre range di risultati possibili: a) massimo controllo dell’uso di Internet; b) si evidenziano problemi relativi all’impatto che l’uso della Rete ha sulla vita del soggetto; c) la Rete causa importanti problemi di dipendenza.

Più recentemente, in Italia è stata sviluppata una scala per la rilevazione delle variabili psicologiche e psicopatologiche correlate all’uso/abuso di Internet, denominata UADI (Uso, Abuso e Dipendenza da Internet, di C. Del Miglio, A. Gamba, T. Cantelmi).

Oggi si parla in generale di internet dipendenza o, meglio, Internet Addiction Disorder (IAD), disturbo da discontrollo degli impulsi, forse incluso nel nuovo DSM-V, di prossima uscita. Inoltre la dipendenza da internet e la dipendenza dal computer sono ormai inscindibilmente legate e a volte si usano i termini dipendenza online o dipendenza tecnologica per indicare il fenomeno nel suo complesso (Cantelmi, 2002; Carretti e La Barbera, 2001).

Ulteriori definizioni e significati

Caretti (2000; 2001) individua un’altra patologia specifica (diversa dalla Dipendenza) legata all’utilizzo smodato della Rete: la Trance Dissociativa da Videoterminale, una forma di dissociazione collegata ad una dipendenza patologica dal computer e dalle sue molteplici applicazioni che è caratterizzata da alterazioni dello stato di coscienza, depersonalizzazione e perdita del senso della identità personale.

Sono proprio alcune caratteristiche fondamentali di Internet già citate, quali l’anonimato e l’assenza di vincoli spazio-temporali, che offrono la possibilità di vivere un’esperienza particolare, simile al sogno: ne deriva che tali esperienze vanno assumendo un ruolo dilagante nella vita dell’individuo e quest’ultimo viene catturato dal gioco o dall’attività informatica a cui si dedica, rimanendone «posseduto» fino al punto di perdere il controllo di sé e della situazione.

Con il concetto di «trance» si vuole descrivere un’alterazione dello stato di coscienza simile al sonno, ma con caratteristiche elettroencefaliche non dissimili da quelle dello stato di veglia. Durante lo stato di trance l’individuo perde consapevolezza e contatto con la realtà fino al ritorno alla condizione normale accompagnata da amnesia.

In letteratura, comunque, sono state individuate 4 categorie di elementi che contribuiscono all’insorgere di psicopatologie legate all’uso di Internet:

le psicopatologie preesistenti. In più del 50% dei casi la IAD può essere indotta da alcuni tipi di disturbi psichici preesistenti.

I fattori di rischio includono una storia di dipendenza multipla, condizioni psicopatologiche come disturbo depressivo, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo bipolare, compulsione sessuale, gioco d’azzardo patologico, o fattori situazionali, come sindrome da burnout, contrasto coniugale o abuso infantile;

le condotte a rischio (“eccessivo consumo”, riduzione delle esperienze di vita e di relazione “reali”,ecc);

eventi di vita sfavorevoli (problemi lavorativi, familiari, ecc: “internet come valvola di sfogo”);

le potenzialità psicopatologiche proprie della rete (anonimato e sentimenti di onnipotenza che possono degenerare in: pedofilia, sesso virtuale, creazione di false identità, gioco d’azzardo, ecc).

Le ricerche effettuate in Italia da Lavenia e Marcucci (Lavenia, 2004) hanno evidenziato due fasi di sviluppo comuni a tutti gli utenti telematici. Ogni fase dello sviluppo telematico (il percorso evolutivo che il neofita di internet segue per inserirsi in questa nuova realtà) comporta specifici rischi.

Fase di osservazione e ricerca. Nella prima fase il soggetto scopre e utilizza giornali, riviste e informazioni on line, casinò virtuali, trading online, negozi virtuali, siti pornografici. I rischi di questa prima fase sono: sovraccarico cognitivo, gioco d’azzardo patologico online, trading patologico online, shopping compulsivo online, porno dipendenza. I rischi maggiormente correlati a questa fase sono di tipo compulsivo.

Il soggetto che inizia a navigare nella rete scopre le sue infinite offerte e inizia ad attivarsi nelle modalità che gli sono più congeniali. Alcune sono a maggior rischio di divenire vere e proprie compulsioni: lo shopping, il giocare in borsa, il gioco d’azzardo, la visione di materiale pornografico.

Non sono attività che si trovano solo su internet, con i rischi connessi, ma in rete sono facilitate dall’anonimato e dalla semplicità con cui è possibile praticarle in qualunque momento senza dover uscire di casa ed esporsi al giudizio altrui. In questo caso Internet non pone alcun limite all’impulso, che può facilmente tramutarsi in compulsione quando sfugge al controllo del soggetto e diviene il centro della sua esistenza.

Fase relazionale-comunicativa. Nella seconda fase il soggetto scopre e utilizza chat, MUD e altri giochi di ruolo online. I rischi di questa seconda fase sono: incontri al buio pericolosi, isolamento sociale e dipendenza, dipendenza da sesso virtuale (CyberSex Addiction(s)), perdita dei contatti reali, sentimenti di onnipotenza. In questa seconda fase si manifestano le cosiddette net-dipendenze, per le quali le persone maggiormente a rischio sono quelle con difficoltà comunicative-relazionali. In questi casi la dipendenza costituisce un comportamento di evitamento attraverso cui il soggetto si rifugia nella rete per sfuggire alle sue problematiche esistenziali.

La Dipendenza da Social Network / Amicodipendenza (es. Dipendenza da Facebook, MySpace, Twitter…)

Nel 2008 la diffusione di Facebook è stata così esponenziale da posizionare l’Italia al primo posto della classifica mondiale dei paesi con maggiore percentuale di incremento utenti.

Nello specifico Facebook, come altri siti definiti “Social Networks”, rappresenta un aggregatore di persone che cercano e vogliono mantenere contatti con vecchi e nuovi amici, condividendo foto, video e contenuti della propria vita.

In pochi anni Facebook è divenuto uno dei dieci siti maggiormente cliccati e frequentati del web, acquisendo in breve tempo milioni e milioni di utenti in tutto il globo. Anche molti personaggi dello spettacolo, importanti e conosciuti manager e politici di spicco hanno aperto la loro pagina personale su Facebook e su altri diffusissimi Social Networks (ad esempio su MySpace o su Twitter).

In tal modo si è ancor più acceso ed alimentato l’interesse e l’adesione a tale forma di collegamento e condivisione sociale. Purtroppo però, accanto alle caratteristiche positive di visibilità, congregazione, condivisione, recupero di vecchie conoscenze ed amicizie e nascita di nuove, sono comparse anche delle note assai negative, in particolare legate a problemi e, sempre più spesso, veri e propri casi di dipendenza.

In inglese vengono definite “Social Network Addiction” e “Friendship Sddiction” e sono una sorta di dipendenza da connessione, aggiornamento e controllo della propria pagina web e da amicizia (detta anche amico dipendenza), o meglio la ricerca di nuove amicizie virtuali da poter registrare sul proprio profilo.

Purtroppo anche tali dipendenze presentano preoccupanti sintomi di craving, tolleranza, ed astinenza, proprio come accade nelle dipendenze da sostanze o in altri nuovi tipi di dipendenza, anch’essi negli ultimi anni in pericolosa e rapida crescita.

Con l’utilizzo dei Social Networks già molte persone mostrano segni sempre più seri ed invalidanti di dipendenza, con sintomi di Tolleranza (assuefazione), ovvero la necessità di stare collegati e/o aggiornare i contenuti personali della propria pagina sempre di più ad ogni nuova connessione per raggiungere la medesima sensazione di appagamento; sintomi di Astinenza, cioè la sperimentazione di intensi disagi psico-fisici nel caso non ci si colleghi per un certo periodo tempo; ed infine sintomi di Craving, ovvero la presenza sempre maggiore di pensieri fissi e di forti impulsi verso come e quando connettersi.

Come detto sopra, in tale forma di dipendenza, così come in altre, è possibile ritrovare la ricerca ansiosa di certezze interne ed esterne, che si può ritrovare nelle persone più fragili, sensibili, in chi, come i giovani, sta costruendo la propria identità ed è alla ricerca di punti fermi da seguire, in una società sempre meno connotata da contatti sociali reali e da modelli solidi di riferimento.

Il fatto è che le dinamiche psico-emotive personali ed interpersonali, che si instaurano tramite internet, si basano su qualcosa di virtuale, dando in tal modo sicurezze ed autostima fittizie, ben presto raggiunte da pericolosi sintomi di dipendenza, isolamento sociale e conseguente menomazione delle principali sfere vitali come quelle lavorativa, familiare, sociale, affettiva.

A tutto questo si aggiunge la competizione che si instaura tra gli utenti dei Social Networks ad avere più amici che si associano alla propria pagina personale; ciò provoca una distorsione del senso dei veri rapporti amicali e a sua volta una vera e propria dipendenza da amicizia o amico-dipendenza, laddove non si riesce più a staccarsi dal web alla compulsiva ricerca di nuove condivisioni e al controllo di possibili richieste o messaggi da nuovi possibili amici.

Ulteriori conseguenze deleterie derivanti da questa dipendenza da amicizia sono la formazione di giudizi personali ed interpersonali sulla base del numero di amici aggregati alla propria pagina, spingendo ancor di più verso l’iper utilizzo dei Social Networks e la dipendenza da essi stessi. Per quanto fin qui detto Facebook e gli altri Networks sociali “funzionano” mascherando le personali ansie, preoccupazioni, sbalzi d’umore e il proprio senso di disistima e di solitudine. In tal modo le richieste di nuove amicizie risultano quasi un riempimento, una conferma e/o un rafforzamento del proprio ego.

Si parla di amicizia data e di amicizia richiesta, ma le amicizie che si creano sui Social Networks non sono reali e spesso le due persone non si sono mai conosciute veramente e magari non si conosceranno mai nel futuro.

Gli atteggiamenti di uso ed abuso di questi siti web ed il loro perpetrarsi, fino addirittura alla dipendenza, sono innescati e portati avanti da meccanismi psicologici e neurologici di piacere, soddisfazione, affettività ed autostima.

A livello celebrale vengono rilasciate maggiori quantità di sostanze psico-attivanti e a livello mentale si creano meccanismi e schemi ricompensatori che portano al riutilizzo continuo e sempre maggiore.

Quando per scelta l’individuo non è connesso o quando la connessione non è possibile, si presentano allora seri sintomi psicologici come ansia, pensieri fissi, depressione, attacchi di panico, paura (ad esempio di non avere più informazioni o collegamenti e di stare o rimanere da soli), problemi di sonno, insicurezza, suscettibilità, etc., così come tutte le conseguenze psicologiche negative tipiche delle dipendenze come ad esempio Craving, Tolleranza e Astinenza sopra descritti. Ad essi si aggiungono problemi sociali, familiari, affettivi e lavorativi quali ritardi o assenze a scuola o a lavoro (con la sua possibile perdita), graduale isolamento, distorsione dei rapporti affettivi e sociali, disgregazione dal gruppo familiare ed amicale.

Anche a livello fisico possono subentrare molteplici problemi come ad esempio emicrania, stress oculare, ipersudorazione, tachicardia, tensioni, crampi e/o dolori muscolari (a causa delle numerose ore passate davanti al computer), forte stanchezza. Infine la dipendenza da Social Networks può facilitare o associarsi ad altre tipologie di dipendenza connotate dall’utilizzo disfunzionale del web come la dipendenza da internet o la dipendenza da contenuti pornografici online.

L’Utilizzo patologico della rete – PIU – (Patological Internet Use)

L’utilizzo patologico di Internet, in inglese “Patological Internet Use” (PIU), può essere di due tipi:

Specifico, il quale contraddistingue le persone dipendenti da una funzione specifica di Internet, ad esempio materiale erotico, gioco d’azzardo, aste, etc. Tale forma di dipendenza è definita contenuto-specifica e potrebbe aver modo di venir fuori anche senza la presenza della rete;

Generalizzato, che comprende un diffuso e marcato utilizzo di Internet che spesso si tramuta in perdita di tempo online senza motivi precisi.

Tale uso patologico è instaurato e mantenuto dalla frequentazione assidua delle chat e dal frenetico e compulsivo controllo della posta elettronica.

Secondo recenti studi l’utilizzo patologico di internet deriverebbe da pensieri problematici ed atti comportamentali che li mantengono o che addirittura li accrescono.

Dunque una delle possibili cause psicologiche potrebbe essere una dinamica simile a quella che scatta nelle ossessioni e compulsioni dove particolari cognizioni, le ossessioni, generano comportamenti compulsivi, le compulsioni, negativi per le vita dell’individuo e con i quali egli cerca di placare l’ansia derivante dalle cognizioni stesse.

In altre parole l’abuso di Internet innescherebbe e/o faciliterebbe questi pensieri ossessivi, i quali successivamente causerebbero i comportamenti compulsivi, come quelli di stare ore al computer o di controllare infinite volte al giorno la posta elettronica, in un circolo sempre più vizioso. Per quanto detto uno dei fattori chiave nell’uso patologico di Internet è il rinforzo che l’individuo riceve dall’uso stesso, proprio come in un condizionamento operante dove egli cerca nuovi utilizzi virtuali per raggiungere stati psico-fisici simili.

Le cognizioni che possono instaurare il processo ossessivo-compulsivo possono essere:

pensieri distorti del sé caratterizzati da una prolungata e profonda ruminazione centrata su se stessi, la quale porta a dubbi, bassa autostima e a ricordare gli episodi più rinforzanti circa le esperienze su Internet, mantenendo così il circolo vizioso;

pensieri distorti sul contesto caratterizzati da una prolungata e profonda ruminazione centrata sul mondo esterno.

Il PIU può anche esser correlato al contesto sociale dell’individuo, in particolare alla mancanza di un supporto sociale da parte della famiglia e/o degli amici.

La Sindrome da Disconnessione (Nomofobia)

In questi ultimi anni si sta progressivamente e pericolosamente diffondendo una peculiare nevrosi legata alle nuove tecnologie, così come sta aumentando la sua dannosità in diretta proporzione alle sempre più numerose, sofisticate, disponibili e veloci possibilità comunicative (palmari, adsl, telefonini, notebook, satellitari, etc.).

Tale disturbo psicologico prende il nome di Sindrome da Disconnessione, o anche Nomofobia (dall’inglese No – mobile), ed ormai in America affligge addirittura una persona su tre. Il suo recente e rapido sviluppo sta coinvolgendo anche gli altri paesi industrializzati, Europa ed Italia comprese.

In specifico basta che il telefonino, piuttosto che il computer o il notebook collegato in rete si spengano o si disconnettano a causa della batteria esaurita o di un improvviso guasto, o, più semplicemente, perché si è entrati in una zona priva di campo o a causa della momentanea congestione della rete, per generare nella persona un vero e proprio stato psicopatologico di intensa e crescente ansia e paura.

Anche il rimanere per molto tempo lontani dal telefonino e/o dal computer provoca nell’individuo forti e problematiche emozioni di stress, ancora maggiori nei casi di dipendenza psicologica dal cellulare e/o dal pc connesso alla rete e/o dai Social Networks (es. Facebook), con tutti i molteplici sintomi e conseguenze negative a tali dipendenze collegate.

Probabilmente la Sindrome da Disconnessione è contraddistinta da molteplici cause, anche legate agli apparecchi di telecomunicazione e alle dinamiche sociali sviluppatesi in questi anni.

Ad esempio il bisogno di sicurezza, appagato dal poter sempre raggiungere telefonicamente qualcuno e/o il bisogno di comunicare, facilitato dalle connessioni sempre più veloci e dalla linea sempre più presente, anche in luoghi impervi e lontani.

Altri esempi ancora sono il bisogno di stare con qualcun’altro (dunque la paura di rimanere soli), trovata negli infiniti gruppi e forum della rete e/o infine il superare o lo scavalcare certi tempi ed emozioni di difficile gestione, tipiche dei rapporti umani reali, azzerate grazie al web.

Allora, paradossalmente, senza una connessione sembra che tutto il mondo intorno diventi improvvisamente deserto di possibilità, impulsi e scambi emotivi.

Solitamente la Sindrome da Disconnessione affligge maggiormente individui con bassa autostima, difficoltà sociali, ansia diffusa, eccessiva sensibilità, pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi, ma può anche arrecare serie preoccupazioni, paura, ansia, e stress in persone senza tali dinamiche psicologiche. Ulteriori sintomi negativi possono essere isolamento sociale, senso di frustrazione e di inutilità, crisi di panico.

SHOPPING COMPULSIVO (on line)

Lo shopping compulsivo rientra nel novero delle new addictions, cioè, di tutte quelle dipendenze dove il meccanismo di dipendenza non nasce da una sostanza ma da un comportamento.

Trattare questo argomento è complesso per diversi motivi. In primo luogo si nota che i limiti nella comprensione e identificazione della patologia derivano soprattutto dalla difficoltà di parlare di dipendenza per un’attività che da sempre è considerata come piacevole, gratificante e innocua e, soprattutto, come un’attività socialmente riconosciuta ed accettata; in secondo luogo, perchè trattandosi di una patologia “nuova”, esistono ancora diatribe in merito alla categoria diagnostica di inquadramento nosografico e sulle caratteristiche peculiari della patologia, non ancora univocamente riconosciute da parte degli esperti del settore delle dipendenze.

Lo shopping compulsivo rappresenta un argomento di crescente interesse sia nell’ambito della letteratura medico-scientifica, specificatamente psichiatrica, che in quello delle ricerche sui comportamenti di consumo.

Il motivo sottostante questa trasformazione risiede nei cambiamenti sociali e culturali verificatisi in epoca recente, in quanto oltre lo shopping tradizionale effettuato nei negozi, oggi sono offerte al pubblico delle forme rivoluzionarie per fare acquisti: lo shopping online (e-commerce), le aste online, le vendite tramite canali televisivi che si occupano esclusivamente di vendita e le vendite telefoniche (telemarketing).

Come evidenziato dal DSM, elemento peculiare è la frequente preoccupazione o impulso a comprare, esperiti come irresistibili, intrusivi o insensati; comprare frequentemente al di sopra delle proprie possibilità, spesso oggetti inutili (o di cui non si ha bisogno), per un periodo di tempo più lungo di quello stabilito.

La preoccupazione, l’impulso o l’atto del comprare causano stress marcato, fanno consumare tempo, interferiscono significativamente con il funzionamento sociale e lavorativo o determinano problemi finanziari (indebitamento o bancarotta).

Il comprare in maniera eccessiva non si presenta esclusivamente durante i periodi di mania o ipomania.

L’eziologia dello shopping compulsivo rappresenta un problema ancora di difficile risoluzione, in quanto il disturbo presenta aspetti riconducibili ad altre patologie già classificate, quali il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, la Depressione, La Dipendenza ed il Disturbo del Controllo degli Impulsi, motivo per il quale esistono definizioni diverse come: consumopatia abusiva, consumopatia da dipendenza, compulsive consumption, impulsive buying, compulsive buying, shopping addiction o ancora addictive buying.

Secondo l’APA (American Psychiatric Association), lo shopping compulsivo rientrerebbe nello spettro ossessivo-compulsivo perché ne condivide quest’ultimo aspetto, vale a dire, la spinta a compiere un determinato comportamento, che, più che al raggiungimento del piacere, è volto all’alleviamento di uno stato di malessere.

Dall’altra parte lo shopping compulsivo condivide alcuni aspetti tipici dei disturbi del controllo degli impulsi NAS: l’incapacità di controllare un comportamento è, infatti, un fattore centrale. Il soggetto avverte una forte tensione crescente, che si tramuta quasi in dolore, e preme sino a che la persona “agisce” il comportamento, compra senza controllo. Il momento dell’azione è liberatorio e si prova una sensazione di piacere, purtroppo momentanea, poiché subito dopo il sentimento spiacevole e doloroso del senso di colpa lo invade. Una conseguenza è la perdita di controllo non solo sui propri comportamenti di acquisto ma anche sulla propria vita in generale.

E’ importante sottolineare la differenza dei due costrutti, compulsione e l’impulsività: nel primo caso abbiamo la tendenza irrazionale che spinge l’individuo a mettere in atto comportamenti in cui egli stesso riconosce l’inutilità e l’inadeguatezza, ma la cui mancata esecuzione provoca in lui una sensazione d’angoscia.

Le azioni compulsive, caratterizzate risultano ego distoniche, perché l’individuo non vorrebbe agirle ed inoltre creano stress, sensi di colpa e conseguenze negative di vario genere e gravità.

Nel secondo caso, invece, l’impulsività definita come la disposizione a comportamenti improvvisi, bruschi, inattesi e irrazionali, spesso dannosi, percepiti dal soggetto come bisogni imperiosi, essa è fondamentalmente un tratto del carattere che in forma problematica si ritrova nelle personalità borderline.

Le azioni impulsive, sebbene denunciano l’incapacità del soggetto di sopportare tensioni e frustrazioni, sono comunque egosintoniche, non solo perché lo scaricare fuori di sé malumori d’ogni sorta è nel breve termine, in qualche modo e misura gratificante, ma anche e soprattutto perché l’intenzionalità prevale sull’aspetto coatto, costrittivo dell’agire.

L’avvento di internet non ha fatto altro che amplificare il fenomeno dello shopping compulsivo, rendendo possibile acquistare nei negozi di tutto il mondo semplicemente con carta di credito, senza spostarsi da casa e senza preoccuparsi di esporsi al ridicolo.

Lo shopping compulsivo on line è ritenuto una forma di internet dipendenza e, di fatto, lo shopping compulsivo in generale rientra nella categoria delle nuove dipendenze. Sia le dipendenze comportamentali sia quelle determinate dall’uso di sostanze hanno una stretta somiglianza fenomenologica e sono ugualmente caratterizzate da:

sensazione di impossibilità di resistere all’impulso di mettere in atto il comportamento (compulsività);

sensazione crescente di tensione che precede immediatamente l’inizio del comportamento (craving);

piacere o sollievo durante la messa in atto del comportamento;

percezione di perdita di controllo;

persistenza del comportamento nonostante la sua associazione con conseguenze negative.

SOVRACCARICO COGNITIVO

Altro fenomeno emerso in relazione alla dipendenza da internet è il sovraccarico cognitivo, meglio conosciuto come Information overload(ing). Esso si verifica quando si ricevono troppe informazioni per riuscire a prendere una decisione o sceglierne una specifica sulla quale focalizzare l’attenzione. Lo sviluppo della tecnologia ha contribuito alla diffusione e alla riconoscibilità di questo fenomeno.

La grande quantità di informazioni che si ottengono con un’interfaccia mal progettata (poco ergonomica) o su siti Internet egualmente scadenti, possono inibire la capacità di scremarle. Nel caso della Internet dipendenza vi sono soggetti che, passando in continuazione da un sito web all’altro, non riescono a fermarsi né a ricordare le informazioni ricevute, poiché viene percepito tutto come rumore (in termini cognitivi).

Le potenzialità di oggi, i dispositivi, le app, il cloud computing, hanno allungato gli orizzonti aprendoli alle strategie del web marketing, rendendo l’informazione digitale carica di potenzialità, come fosse un’onda che fa passi da gigante e non è un caso se il mondo in breve tempo ne è rimasto completamente affascinato; tale processo spinge, tuttavia, sempre più informazioni verso l’esterno, causando spesso stati di affaticamento e incapacità di concentrazione.

L’informazione digitale, il moltiplicarsi dei canali, social media, online free press, presuppone un inevitabile aumento dell’informazione in arrivo e quindi necessariamente un aumento dello stress derivato dalla paura di restare fuori da un fenomeno, di perdere una news o di non riuscire a rispondere alle mail in tempi utili.

Degna di riflessione è questa testimonianza di una persona “internet-dipendente”: “Sto diventando una navigatrice di internet compulsiva. Nello specifico credo di soffrire di sovraccarico cognitivo . Il fiato corto e la pancia pesante mi portano a navigare senza posa. Cerco blog polacchi, svedesi, australiani. La settimana scorsa ho passato 3 giorni su un sito di hobbistica.

Ho visionato tutto l’assortimento. In effetti, mi sembra proprio un negozio favoloso… fustellatrici, paillettes, nastri, forme di legno ad ottimi prezzi. Ieri sera mi sono persa sulla scheda fai da te di pasty henspetter, che ha un archivio di 7238 pin. ed ho sognato cuscini, coperte, kimoni per ore…”

Da alcune indagini condotte dall’ISTAT emerge che solo nel 2008 sono stati 5 milioni e 135 mila i bambini ed i ragazzi che tra i 3 ed i 17 anni hanno usato il pc a casa o in altro luogo.

Alcuni dati da ricordare:

il 49,2% della popolazione di età compresa tra i 6 ed i 17 anni si è collegata ad internet;

l’utilizzo del Web per chattare, giocare, scaricare giochi o immagini o file musicali è diffuso tra i giovani di età compresa tra i 6-24 anni (oltre il 57%), così come ascoltare la radio o guardare programmi televisivi via Web (oltre il 31% dei giovani di questa fascia di età);

attualmente sembrerebbe che in Italia l’utilizzo di internet da parte di minori si aggiri intorno al 39%. L’ICMEC, il centro internazionale per i bambini dispersi e sfruttati (International Centre for Missing and Exploited Children) stima che ogni giorno vengano caricate su Internet 200 nuove immagini pedopornografiche, mentre la Rete già ne contiene milioni, ad opera di associazioni criminali che lo fanno a fini commerciali e/o di persone che sono sessualmente interessate ai minori.

Riferimenti bibliografici

Cantelmi, T. La mente in Internet: dalla rivoluzione digitale al tecno-uomo.

In: Psichiatria e Mass Media, a cura di Pancheri e Siracusano. (2002) CIC : Roma.

Carretti V: Psicodinamica della Trance Dissociativa da Videoterminale. In: Cantelmi T, Del

Carretti V.,

La Barbera D.Psicopatologia delle realtà virtuali, 2001,

Masson. Lavenia, G. “Introduzione alle nuove dipendenze on line” in M. Marcucci e M. Boscaro,

Young K.S. Presi nella rete. Intossicazione e dipendenza da Internet, (1999), Calderini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *